Libero Professionismo al Guinzaglio

Era da tempo che non pubblicavo qualcosa e devo ammettere che è piacevole tornare a scrivere un paio di righe su questo blog, nonostante non sappia bene dove mi porterà la tastiera. Il motivo per cui non ho scritto nulla per molti mesi è semplice: non ne ho sentito il bisogno. A livello lavorativo e personale le cose procedono bene, anzi, benissimo: vivo in maniera molto più stabile di quanto accadesse un anno fa, lavoro con una lingua in più (danese) e sono accompagnato ogni giorno da una persona meravigliosa che rende ogni giornata speciale. Insomma, non mi lamento, anzi, sono riconoscente e orgoglioso di quanto fatto durante l’ultimo anno. Ed è forse per questo, per l’idea e la sensazione di non aver nulla su cui recriminare o di cui vergognarmi, che una notizia e una successiva discussione avuta con una cara e stimatissima collega mi hanno scoraggiato talmente tanto. Così tanto da farmi tornare alla tastiera. Non per criticare o rivendicare qualcosa. Nemmeno per sfogarmi, in realtà: ormai è passato un po’ di tempo e non credo di sentire la necessità di sfogarmi. Credo di voler scrivere un post solo per lasciare traccia di questa cosa in un periodo di vita in cui tutto va bene, perché le correnti possono essere forti anche a mare calmo ed è importante esserne consapevoli per riuscire a gestirle.

Guinea-Pig-on-A-Leash-l

La questione è semplice: anche nel mondo dell’interpretazione, il bullismo esiste. Non è nemmeno necessario condividere un luogo di lavoro per esercitarlo o diffonderlo. Non parlo del bullismo fisico fatto di botte e insulti, ma piuttosto di quello mentale, subdolo, che accompagna da mattina a sera e si scava un posto nella coscienza di chi magari non ha fatto nulla per meritarselo o quantomeno non lo ha fatto per cattiveria, ma per necessità. Il mondo degli interpreti è un mondo strano, probabilmente anche folle e distropico. Tutti parlano di qualità ma raramente la si premia. Tutti parlano di tariffe ma nessuno ne parla. Tutti parlano di formazione e collegialità ma nessuno si aiuta senza avere un ritorno personale. Molti dicono che questa professione sia destinata a morire ma intanto continuano ad insegnare in università e scuole per formare una generazione di persone alla quale poi dire “ci dispiace, non c’è più bisogno di te o di quello che hai imparato a fare”. Tutti si lamentano per la mancanza di apprezzamento di questo lavoro, le poche giornate, la tecnologia sempre più vicina a sostituire l’essere umano ma nessuno cerca di collaborare con altri per cambiare le cose, informare, adattarsi. Chi ha voglia di fare qualcosa per cambiare viene guardato storto perché “si è sempre fatto così, a cosa serve cambiare quando a me le cose vanno ancora bene?” e allora anche chi vorrebbe impegnarsi lascia perdere o improvvisamente si trova ad affrontare il bullismo professionale di cui parlavo prima, quello fatto di voci, pareri e persone che (s)parlano senza interpellare mai il diretto interessato. Non importa se avete già superato tutte le tappe di formazione previste, non importa se il mercato e il mondo sono cambiati e cominciare da zero oggi è virtualmente impossibile, non importa se avete lavorato già un po’ dimostrando di valere e poter offrire un servizio o un prodotto di valore quando tocca a voi. La cosa importante è non andare contro le regole del sistema già in vigore, un sistema istituito ormai anni fa in una situazione diametralmente opposta a quella odierna e con dettami ormai anacronistici. Perché chi va contro queste norme, regole e tradizioni senza ormai più logica o legittimità deve essere espulso e relegato in serie B, una categoria di intoccabili, di gente infetta e sporca che macchia il nome e la qualità del lavoro fatto solo perché fatto da loro, senza che ci sia mai una valutazione di criteri oggettivi.

Il bello di questo tipo di bullismo è che è talmente subdolo da essere quasi invisibile, oltre che talmente sistemico da essere del tutto anonimo. Basta poco per diffonderlo: una parola alla pausa caffè, un complimento seguito da un “ma”, un accenno al fatto che un lavoro non è andato a te ma ad altri perché “sai come è”. Non importa quale sia la realtà o la situazione particolare di una persona: se le cose non seguono il copione immaginato da chi gioca in serie A, scatta la punizione. Dopotutto attivarla è semplice, soprattutto in un mercato sempre più ristretto e con possibilità sempre più limitate. Una delle domande più frequenti che gli studenti di interpretazione fanno è “come si trovano o si ottengono gli incarichi? Come si fa a guadagnarsi la pagnotta?” Ebbene, la risposta (dopo aver parlato di internet e di altre forme per farsi pubblicità) gira e rigira è sempre quella: vieni chiamato da un collega tuo amico che ha già un suo giro, che conosce gente, che ha amici. Risposta semplice, logica. La domanda successiva però potrebbe essere: “ma se io sono appena arrivato e amici non ne ho? Se per via del mio carattere non ho mai creato una forte relazione con colleghi di cui sento di potermi fidare e che possono aiutarmi? Se non piaccio ai colleghi non perché lavori male ma perché non apprezzano come mi vesto, di che religione sono, quali scelte di vita faccio o che tipo di pettinatura ho?” Se questa domanda viene posta, la risposta più probabile è una risata. Non perché sia qualcosa di comico o ridicolo, ma la situazione è tale per cui la scelta è o ridere o piangere. Il problema è che la vera risposta è cruda quanto vera: se sei introverso o “il sistema” non ti apprezza per un motivo o per l’altro, sarai espulso, senza considerare chi tu sia o come lavori. Lasciato quindi a te stesso e ancora più solo rispetto a prima, cosa accadrà? Le possibilità in questo caso sono due: o per la disperazione comincerai ad accettare offerte al limite dello sfruttamento, finendo così nel girone degli intoccabili, o ti piegherai al gioco del sistema, cercando in ogni modo di farti amici importanti e usurarti la lingua se serve. Dopotutto sei tu a non andare bene, quindi adattati, giusto?

Si creano così due sistemi paralleli e che mai si incontreranno: quello degli intoccabili (per necessità o pragmatismo) che cercano di crearsi una vita prendendo i lavori che passa il convento o le briciole lasciate dagli altri, e quello dei pesi massimi che si spartiscono tra loro gli incarichi più importanti e ben pagati, dove a prima vista tutti sono amici e dove soprattutto si controlla “chi entra” e si guarda storto chiunque cominci a sgarrare. Il contrasto salta agli occhi: pragmatismo, necessità di lavorare, portare a casa la pagnotta e presunta incapacità nel dare valore al proprio lavoro da una parte, sani valori di integrità professionale, grande apprezzamento della nobiltà e della difficoltà della professione e sistema “tu gratta la schiena a me che io la gratto a te” dall’altra, con svariate associazioni professionali che assomigliano più o meno a club privati a fare da contorno. La divisione è chiara, i punti di contatto inesistenti e oltre a differenze di atteggiamento e mentalità questa scissione sembra esserci a livello generazionale, qualcosa che sicuramente rispecchia le tendenze della nostra società, con spaccature che sembrano mettere una contro l’altra le generazioni di genitori e figli, questi ultimi visti sempre dai più grandi come viziati incapaci di adattarsi (naturalmente a patto che non si tratti veramente dei propri figli, in quel caso è la società ad essere sbagliata) e i primi considerati dai più giovani come dinosauri incapaci di rinunciare a vantaggi acquisiti in un epoca ormai lontana. Nessuna comprensione, nessun dialogo, solo voci e bullismo psicologico esercitato da tutti e contro tutti, badando sempre e solo al proprio orticello…e magari a quello di un paio di amici, perché non si sa mai!

Qualità, impegno, volontà di crescere facendosi le ossa e contribuire al bene della comunità (professionale o meno) diventano criteri di secondo piano: le cose che contano sono quanto hai chiesto all’ora per quell’incarico, se ti sei fatto rimborsare il viaggio o meno, se il lavoro era più o meno lontano dal tuo domicilio professionale, se ti hanno pagato da mangiare e se ti hanno fatto lavorare dieci minuti di più di quanto accordato. Se sei troppo flessibile, sei un pirla che si fa sfruttare, se sei troppo rigido, uno snob elitista. Chi è di carattere forte e riesce a mettersi queste cose alle spalle senza pensarci, rimane e fa quello che vuole, chi si fa scrupoli di coscienza, ci resta male e probabilmente decide di lasciar perdere, almeno per un po’. Liberi professionisti quindi, sicuramente, ma tenuti tutti sotto controllo da un guinzaglio invisibile imposto dall’incapacità di coordinarsi e comprendere le ragioni di tutti coloro che operano nello stesso mercato: chi è appena arrivato, chi lavora già da tempo e non vede l’ora di smettere e chi esce da un relativamente lungo processo di formazione specializzata ed ha voglia di fare, non tanto per arricchirsi o viaggiare, ma per fare tutti i giorni quello per cui ha studiato così duramente ed è pronto ad imparare giorno dopo giorno per sopravvivere di un mestiere che deve essere vissuto in prima linea e in presa diretta per essere appreso.

2794-cloud-on-a-leash-facebook-cover

La soluzione a tutto questo probabilmente ci sarebbe, ma richiederebbe un’azione unitaria e di categoria che risulta essere impensabile ed utopica in un paese con talmente tante associazioni di interpreti e traduttori da aver probabilmente finito già tutte le “etichette” che si potrebbero utilizzare per trovare loro un nome. Certo che sognare è bello. Immaginare una professione dove tutti coloro pronti a formarsi e seguire i giusti percorsi accademici e di formazione professionale possano sentirsi accolti, senza bisogno di referenze o conoscenze, ma solo sulla base di merito e qualità. Una professione in grado di essere seriamente rappresentata ai massimi livelli per discutere e negoziare con le autorità le condizioni di lavoro minime da imporre al mercato. Una professione dove il bullismo psicologico non è esercitato da nessuno. Una professione che si presenti in maniera credibile a chi decide di intraprenderla, senza ipocrisia o falsità, dicendo sempre le cose come stanno e tenendo aperta una discussione su cosa funziona e non funziona, per proporre soluzioni, idee o progetti di cambiamento e aggregazione. Una professione in grado di difendere il proprio nome e la propria utilità.

Sarebbe bello, ma le voci che circolano e che mi sono arrivate all’orecchio confermano che il sistema attuale c’è per restare. Quindi perché combattere? Il guinzaglio mi aveva lasciato un po’ di libertà, ma adesso ha iniziato a stringere, soffocare. Spezzarlo è impossibile, o si torna in riga o si dà uno strattone per fuggire per sempre. A dire il vero, però, al momento sono talmente amareggiato da aver deciso semplicemente di sdraiarmi e non fare nulla.

 

Annunci

6 pensieri su “Libero Professionismo al Guinzaglio

  1. Ho avuto la fortuna di incontrare anche colleghi che non hanno paura dei giovani bravi e che sanno essere incoraggianti. Una di queste straordinarie colleghe una volta mi ha detto: “Non permettere a nessuno di dirti che non ce la farai. Chi è bravo alla fine ce la fa, sempre”. Non so se sia vero, ma voglio sperare che abbia ragione, in barba a chi è così geloso del proprio orticello da voler mettere zizzania, spargere voci (che lasciano in tempo che trovano), seminare cattiverie spesso gratuite.

    Nel nostro lavoro ci viene chiesto di parlare senza dire quello che pensiamo noi, ma riportando le parole di altri. Questo non vuol dire però che non emergano il talento e la bravura di chi sta in cabina. Preferisco pensare che siano i clienti chi ci ascoltano a parlare di noi agli altri, piuttosto che colleghi così preoccupati di “tutelarsi” da non riconoscere il valore di chi pratica la stessa professione.

  2. Fa male leggere queste parole…
    Tanto più dopo la campagna pubblicitaria aggressiva che negli ultimi anni le istituzioni europee hanno messo in atto per arruolare giovani interpreti in vista di presunti pensionamenti di massa delle vecchie guardie.
    Non ci conosciamo, ti dico solo che qualche mese fa ho fatto il solito periodo di cabina muta e i messaggi che mi sono arrivati sono stati molto contrastanti. Da una parte, che con una combinazione atipica avrei avuto molte giornate, dall’altra il monito “però trovati anche altro da fare”. Come si fa ad avere la forza e la voglia di trovarsi un secondo lavoro quando già si è investito tutto ciò che si aveva (e magari anche quello che non si aveva) in una professione tanto nobile quanto fraintesa? Perché continuare ad arruolare, e quindi illudere, decine di giovani che dopo aver sudato lacrime e sangue aver passato tutta una serie di dure selezioni si devono sentir dire che “tanto lavoro non ce n’è”?
    Una collega mi ha riferito che a Bruxelles ci sarebbero un’ottantina di interpreti freelance italiani, tutti trasferitisi lì perché altrimenti nessuno li avrebbe mai chiamati, ma dei quali quasi nessuno riesce a vivere solo di interpretazione, o almeno ad avere una situazione finanziaria anche solo vagamente stabile (un mese ti chiamano e l’altro no…)
    A fine anno proverò il test, sto incanalando ogni mia energia verso questo obiettivo per riuscirci, ma devo ammettere che sempre più spesso sono presa dallo sconforto.

    1. Ciao Oasisxxx, in realtà questo post non aveva molto a che fare con le istituzioni ma voleva parlare più di quanto accade sul mercato privato italiano, in ogni caso le tue osservazioni sono sensate e rispecchiano anche la realtà: attualmente è complicato fare l’interprete e basta, perfino a Bruxelles (ovviamente se parliamo di freelance). D’altra parte devo anche dire di essere stato messo in guardia diverse volte sulla situazione, sia da attuali colleghi già “dentro” (come accaduto anche nel tuo caso con il periodo di cabina muta, ma anche prima durante gli anni di studio) sia dai vari capi unità, quindi se è sì vero che si continua ad arruolare, non credo che si cerchi di “illudere” nessuno, almeno non volutamente. In generale comunque è vero: la situazione non è facile e la stabilità sicuramente è qualcosa che manca, ecco perché tutti consigliano di fare anche altro. Speriamo che sia solo una situazione transitoria, anche se ormai sembra una tendenza arrivata per rimanere… In ogni caso, buona fortuna per il test e se hai bisogno di informazioni o altro e credi che possa aiutarti, contattami pure. 😉 Un caro saluto!

  3. Grazie mille della risposta. Sì mi sono concentrata sulle istituzioni perché lì secondo me la situazione è più palese che nel mercato italiano (dico palese perché di proposito si organizzano test ma mettono in guardia dicendo “in realtà abbiamo davvero poco bisogno e chi già abbiamo lavora poco”, cosa che mi sembra alquanto contraddittoria), ma d’altra parte è l’unico luogo in cui anche chi non ha conoscenze o amici che lo possono inserire nel settore può ricevere un’opportunità: ti testano, sei bravo bene, non sei bravo ciao. Il mercato italiano è più difficilmente penetrabile in questo senso perché nessuno ti mette alla prova, puoi essere bravo quanto vuoi ma senza una fitta rete di contatti difficilmente si potrà fare carriera nel lungo termine. Un serpente che si morde la coda: se non lavori non puoi aumentare la rete di contatti, ma se non aumenti la rete di contatti difficilmente lavorerai. Ed ecco che qui molti disperati iniziano a svendersi… conosco diversi neolaureati che fanno simultanee per agenzie senza scrupoli (e molto poco attente alla qualità) per 150 euro al giorno, talvolta soli in cabina, pur di fare esperienza. A mio avviso questo è un comportamento decisamente miope, perché quando mai potrai alzare la tariffa se da sempre hai abituato così i tuoi clienti e a questi il servizio che dai va bene, seppur mediocre?
    Invece di unirci e parlare a una voce sola, stabilire tariffe minime e condizioni di lavoro, noi interpreti ci divoriamo l’uno con l’altro.
    Mi ritengo fortunata ad essere caduta nelle simpatie di alcuni professori che fin dall’inizio mi hanno fatto lavorare, e rimane comunque molto difficile anche per me farmi strada nonostante questo vantaggio… non immagino chi si è laureato con zero esperienza.
    Va bene termino qui, il mio commento è diventato più uno sfogo personale che altro. Purtroppo temo anch’io che le tendenze attuali non cambieranno, e non ci rimarrà che adeguarci al cambiamento.
    Buona giornata, spero che ci vedremo presto a Bxl 🙂

    1. Uno sfogo che leggo volentieri OasisXXX perché esprime esattamente quello che credo anche io e nella tua “frustrazione” e nelle tue parole ponderate e mirate rivedo e risento tutti i sentimenti che provo io e sicuramente provano molte altre persone là fuori e che magari leggono queste righe senza commentare.

      Cosa dire: nella parte finale del mio post cerco di dire anche io che sarebbe bello trovare soluzione a questa situazione, unirci e cercare di fare qualcosa in cooperazione e collaborazione a livello intergenerazionale e “inter-regionale”, anche se non so bene che forma potrebbe avere questa collaborazione o come declinarla. Forse la cosa importante intanto e iniziare a parlarne, seriamente, tutti assieme, sentendo tutte le campane. Almeno sarebbe un primo passo… 😉

  4. Grazie della risposta così veloce 🙂 sicuramente se vogliamo attuare un cambiamento non arriverà dall’alto, chi è già nel sistema da diversi anni rema contro una sua modifica poiché è nel suo interesse che questo si preservi così com’è. Probabilmente siamo noi giovani a doverci rimboccare le maniche seriamente per tutelarci e tutelare chi verrà dopo di noi per il bene della categoria.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...