It’s all greek to me…but what’s the problem?

Hei, come state? Era da parecchio tempo che non pubblicavo qualcosa sul blog ed è un piacere poter tornare a scrivere prendendo una rapidissima pausa dagli impegni che continuano ad accavallarsi da ormai diversi mesi a questa parte… Ciononostante, non saranno le mie parole a tenervi compagnia, ma piuttosto quelle di Chiara Gandolfi, interprete collega alle istituzioni europee (EN, FR, HR) alla quale recentemente ho chiesto di sostituirmi per una conferenza in Val di Fiemme.

In poche righe, Chiara ha pensato bene di raccontare l’esperienza avuta nel dover tradurre dall’inglese il discorso di un relatore greco che ha deciso di pronunciare alcune parole di ringraziamento agli organizzatori con un intervento basato esclusivamente su parole di origine greca, una caratteristica che doveva necessariamente essere tenuta anche in italiano per dimostrare che anche se parliamo tutti lingue diverse, esistono pur sempre delle origini comuni.

Vi lascio quindi alle parole di Chiara e spero che a breve potrò pubblicare un post a nome mio per aggiornarvi su tutto quello che è successo in questi mesi. Un caro saluto intanto…siete in ottime mani!

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Ieri mi sono sentita catapultata indietro di almeno 6 anni, all’ultima volta che ho tradotto una versione di greco. È capitato che un oratore greco abbia deciso di tenere un discorso in inglese composto unicamente di parole di origine greca, con l’eccezione di qualche congiunzione, pronome personale e preposizione. Non si tratta di un’idea del tutto originale, essendoci, come ho scoperto nel corso delle mie ricerche per tradurre il breve testo, un illustre precedente: nel 1957 e nel 1959 infatti un economista greco, Xenophon Zolotas, aveva tenuto due discorsi in inglese servendosi unicamente di parole di etimologia greca (ecco il link all’originale: http://www.cs.toronto.edu/~themis/ewords/zolotas.html).

Per fortuna ho avuto il testo in inglese in anticipo – o meglio, sono riuscita a fotografare il testo scritto a mano col lo smartphone – e la sera ho cominciato a traslitterarlo in italiano. L’operazione non era banale, essendo che l’obiettivo era rimanere attaccata al testo originale senza intervenire né sull’ordine delle parole né sul lessico. Avevo pochissimo margine di manovra, ma ho dovuto fare in modo che almeno il ritmo rimanesse lo stesso, e sostituire qualche parola alquanto arcaica e oscura con equivalenti che risultassero vagamente accettabili in italiano e che fossero però di origine greca.

Di qui il ricorso al dizionario etimologico italiano, risorsa inestimabile che non sfruttavo da qualche tempo e che come sempre si è rivelata preziosa. Il verbo synagonise (o synagonize, nell’ortografia americana), impossibile da utilizzare in italiano, è stato oggetto di una lunga riflessione. Alla fine ho deciso di accantonare del tutto il verbo inglese e risalire unicamente all’origine greca del termine. αγον, ovvero gara, lotta, concorso, e συν, con, insieme. Me lo ricordavo dai tempi del liceo, ma l’avessi avuto con me avrei sicuramente consultato il caro vecchio Rocci, mitico dizionario greco-italiano che ha accompagnato gli studenti di liceo classico per generazioni. Carpito il senso profondo del verbo non restava che trovare un equivalente italiano che fosse però di origine greca. La scelta è ricaduta su “misurarsi”, che mi sembrava potesse includere sia il senso della competizione sia la dimensione oratoria contenuta nel verbo originario. L’etimologia, seppur remota, è greca.

Il discorso del mio oratore era breve, ma mi ha dato l’opportunità di ripiombare per un attimo in quel mondo parallelo della traduzione delle lingue classiche. Parallelo perché davvero la traduzione dei classici non assomiglia per nulla a una nostra simultanea. Il lavoro di cesello, il celebre labor limae di Orazio, non è applicabile al nostro lavoro di interpreti che trasmettono un messaggio servendosi di parole, privi del lusso, per ovvi motivi, del tempo per concentrarsi sull’eufonia del testo orale e che cercano al più di evitare un effetto troppo cacofonico (non a caso entrambi i termini sono greci…). Eppure questi due mondi non sono poi così lontani: da interprete appassionata e innamorata di questo lavoro non posso non riconoscere che non c’è migliore insegnante della traduzione delle versioni di latino e di greco per imparare a ragionare sulla lingua, cogliere i segreti della sintassi e acquisire flessibilità nella lingua di arrivo. Che il greco sia una lingua morta, insomma, è tutto da dimostrare. Così come la veridicità del celebre adagio verba volant, scripta manent: nell’era del webstreaming e delle riunioni registrate, chiunque può ascoltarci e riascoltarci a piacere. Parole sempre da soppesare con la massima attenzione quindi…

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2 pensieri su “It’s all greek to me…but what’s the problem?

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