Inglese bello perché vario? A volte sì, a volte no…

L’interpretazione simultanea, come attività di traduzione di materiale orale in brevissimo tempo, è un difficile gioco di equilibri. Molti sono i fattori che possono sbilanciare e far finire a terra, gambe all’aria, la persona dall’altra parte del microfono: termini o concetti sconosciuti, velocità di eloquio dell’oratore, momenti temporanei di stanchezza o di distrazione e molto altro.

Ciò che però può veramente mettere in crisi chiunque, dall’esperto con carriera decennale fino allo studente universitario, sono gli accenti troppo marcati dei relatori. L’orecchio umano è uno strumento meraviglioso e, combinato con un po’ di ragionamento e attenzione, riesce quasi sempre ad adattarsi a ogni accento per permettere di identificare bene i suoni e le parole che entrano in cuffia.

Quando però si frequentano conferenze, tavole rotonde e dibattiti dove il numero di relatori è alto quanto la loro varietà di provenienza geografica, anche la capacità di adattamento per gli accenti comincia ad essere spinta al limite.

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Il ragionamento vale per tutti i tipi di accento, nativi o meno, bisogna però dire che con gli accenti nativi la situazione è diversa: come esperti linguisti, gli interpreti cercano sempre di esporsi a varietà linguistiche diverse, ascoltando materiale originale (per quello che riguarda l’inglese) in diversi accenti per abituarsi ai vari relatori americani, inglesi, scozzesi, irlandesi, australiani, canadesi o altro. Lo stesso vale per tutte le altre lingue con le proprie varianti.

Rimanendo sull’inglese, il problema vero è dato dagli accenti “non nativi”, le varietà del cosiddetto “Globish”, l’inglese globale che rompe tutti gli schemi e molte volte fa a pezzi la vera lingua inglese, semplificandola in maniera tale da renderla quasi irriconoscibile. Innanzitutto, non sempre è facile trovare materiale su cui esercitarsi, dato che chi parla con accento molto marcato non ama farsi riprendere e registrare. In secondo luogo, la varietà è veramente altissima e parliamo di una miriade di accenti diversi che cambiano perfino tra i parlanti della stessa madrelingua.

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Tutte le popolazioni parlano l’inglese a modo proprio (basta dare un’occhiata a questa pagina wikipedia per capirlo), andando a creare centinaia di varianti il cui livello di trasparenza aumenta e diminuisce in un battito di ciglia.

Esistono alcuni trucchetti per risolvere la situazione: cercare di identificare subito i suoni che quel particolare accento modifica, pensare alla cadenza e intonazione “nativa” del relatore che probabilmente è applicata anche all’inglese, pensare alle parole da cui il “calco” appena pronunciato al posto di un’altra parola può essere tratto per capirne il significato. Fatto sta che questi accenti molto marcati e “non nativi” sono uno degli ostacoli maggiori per chi è in cabina, dato che possono rendere ostico e difficile da comprendere anche un messaggio molto semplice. Dato che cambia l’intonazione, molte volte è complicato perfino capire se una persona stia facendo una domanda o un’affermazione, un’accusa o una battuta, un commento superfluo o una conclusione importantissima.

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Le uniche soluzioni quindi rimangono sempre le solite: tanto allenamento e tanto ascolto di materiale in inglese con accenti “strani” per aumentare il più possibile la plasticità dell’orecchio (e questo sito internet è una vera e propria miniera d’oro per farlo, Speech Accent Archive, che Internet sia lodato), tanto esercizio per uscire dalle situazioni in cui una parte del messaggio è andata persa perché non comprensibile, e cercare sempre di puntare al senso dato che magari la logica può portarci ad arrivare dove l’orecchio invece ci abbandona.

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4 pensieri su “Inglese bello perché vario? A volte sì, a volte no…

  1. Articolo molto interessante! Tuttavia penso che l’inglese parlato da non madrelingua sia molto più comprensibile se si è fra stranieri (non penso valga solo per l’inglese) , per il semplice fatto che un non madrelingua deve ricorrere a uno uso semplificato della lingua e si esprime molto più lentamente. Dipende naturalmente dal contesto (se sei interprete di conferenza immagino tu abbia a a che fare con un uso della lingua standard), ma un madrelingua fa mediamente molta meno attenzione a come parla rispetto a un madrelingua straniera.
    Questo a livello puramente linguistico: per gli altri elementi da te citati sono d’accordissimo con te!

    1. Concordo sulla parte del parlare lentamente ed usare una lingua più semplice: quando la pronuncia non è storpiata fuori misura, molti notano esattamente come te che l’inglese parlato tra non nativi è più facile da capire. Eppure ti posso dire che quando si è in cabina, le cose cambiano e il tutto si trasforma in un’arma a doppio taglio. Superando i problemi di accento (che a volte rendono veramente frasi intere difficili da capire) su cui mi sono soffermato nell’articolo, si arriva in una situazione paradossale in cui ci si trova a tradurre frasi che sembrano essere talmente ovvie e generali che risultano quasi inutili. È difficile da descrivere, ma quando si semplifica troppo resta talmente poco che la comunicazione può sembrare irreale, ergo si finisce con il lavorare veramente in maniera meccanica e poco stimolante. Con i madrelingua invece, ci si diverte sempre di più e si può lavorare con gioia, creatività e “sprint”, proprio perché la comunicazione stessa è più stimolante… Spero di essermi spiegato: non è sempre facile trasmettere quello che si prova dall’altra parte del microfono!

      1. Mmmh, capisco cosa intendi. Se le frasi sono troppo ripetitive diventa anche per voi arduo “nobilitarle”, mentre con un madrelingua è una sfida più intensa, ma più soddisfacente a livello personale se la superate bene XD
        Ogni tanto, però, penso sia anche bello avere delle giornate relativamente meno pesanti, no? 😉

        Per quanto riguarda l’accento, in effetti considero quasi sempre solo i parlanti europei, che tutto sommato sono comprensibili, ma immagino che interpretare un senegalese o un cinese che parlano in inglese non sia così facile, indipendentemente dal fatto che facciano dei calchi di traduzione o meno quando parlano XD

        Ad ogni modo: tanta stima. Non ho mai voluto nemmeno provare a fare l’interprete proprio perché ho un orecchio pessimo e non ce la farei mai a stare dietro a una simultanea, neanche dopo anni di pratica. :S

  2. Mi fa molto piacere vedere che hai colto esattamente quello che volevo dire e sì, ogni tanto è bello avere giornate meno pesanti in cui la sfida è leggermente minore (sempre a patto che quello che entra in cuffia sia sufficientemente comprensibile)… 😀

    Grazie mille per l’espressione di stima: la apprezzo molto ed è sempre bello interagire con qualcuno che dimostra di capire le varie sfide correlate alla vita in cabina e non vede gli interpreti semplicemente come “vocabolari ambulanti”.

    Termino con un link a un articolo di Scientific American che magari può interessarti considerando anche i post riportati sul tuo blog (per i quali mi complimento molto dato che sono veramente ben scritti e interessanti): http://www.scientificamerican.com/article/the-brain-doubts-accent/

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