Di corsa nelle foreste svedesi…

Da un anno a questa parte, correre non è stato facile. Lavoro, studio, viaggi, esami e infortuni mi hanno bloccato parecchie volte senza permettermi di trovare la continuità e la concentrazione necessaria per tornare a correre a medio-alto livello. Le gare a cui ho partecipato sono state pochissime, per non parlare degli allenamenti che sono passati dall’essere un’attività ben pianificata e giornaliera a una serie di uscite anarchiche senza un chiaro obiettivo. Per carità, ho continuato a correre e anche a buoni ritmi, ma ormai sembrava più un’attività portata avanti per inerzia piuttosto che per passione. Poi durante l’inverno qualcosa è cambiato. Dopo aver letto il libro di McDougall (“Born to run”) la voglia di correre e di testare i miei limiti è tornata e ho deciso di iscrivermi a una gara che poco aveva a che vedere con le mie capacità ma che credevo potesse essere l’esperienza giusta per riaccendere la fiamma della passione per la corsa. Nello specifico parlo dell’Ultravasan, la versione di corsa della famosissima gara di sci svedese “Vasaloppet”. La gara è stata organizzata per la prima volta quest’anno in due versioni: 90 km e 45 km. Non essendoci più posti liberi per la 90, ho puntato sulla 45, lanciandomi così una sfida nuova (raramente ho corso più di 25 km) ma allo stesso tempo non impossibile. Con questo obiettivo in testa, allenarsi è stato più semplice e stimolante, anche se gli infortuni hanno continuato a rallentarmi e a soli 10 giorni dalla gara mi sono trovato a far fronte a una piccola contrattura che pensavo potesse tenermi lontano dalla linea di partenza. Invece le cose sono migliorate in fretta e con qualche esercizio mirato e un bel po’ di tenacia sono riuscito a rimettermi in piedi per questa sfida. Sicuramente non al top della condizione, sicuramente in grandissimo ritardo di condizione, ma comunque con la possibilità di terminare la gara senza aspettative maggiori se non quelle di divertirmi e godermi la natura svedese. Questo viaggio inoltre avveniva in un momento in cui il mio interesse per la Svezia era (ed è) particolarmente forte, dato che sto cercando di aggiungere lo svedese alle mie lingue di lavoro. Di conseguenza poter partecipare a una manifestazione veramente svedese come la Vasaloppet (anche se in versione estiva) e immergermi veramente nella natura e cultura svedese sono state esperienze che credo potranno aiutarmi anche dal punto di vista professionale e accademico. Cosa volere di più?

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Partenza il mercoledì sera con un gruppo di ben 18 persone iscritte alla 45 km, 90 km e staffetta. Gruppo carico, compatto e composto da ottimi atleti pronti a divertirsi e dare il massimo per portare a casa risultati di alto livello per tenere alta la bandiera della Val di Fiemme in uno dei templi dello sci di fondo. Volo su Skavsta e dopo un breve pernottamento presso uno degli hotel dell’aeroporto, tutti sul pulmino e via, destinazione Mora. Prima però non poteva mancare una breve sosta nella stupenda Stoccolma che, anche in una giornata fresca e ventosa, ha comunque offerto ottimi scorci e panorami di massimo livello.

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Arrivati a Mora abbiamo avuto qualche minuto per installarci nella casa comunale dove siamo riusciti a trovare sistemazione prima di uscire per la prima corsetta in terra svedese. Che dire: boschi meravigliosi, terreno morbido e una miriade di sentieri e stradine per correre senza pensieri e senza limiti: 1, 2, 10, 15, 100 km, qualunque sia la distanza alla quale puntate basta solo decidere da che parte girare al prossimo incrocio e state tranquilli che troverete un paradiso per correre. Dopo un venerdì dedicato a un pregara leggero, alla ricognizione del tracciato e al ritiro del pettorale, la svolta. Improvvisamente mi sono reso conto che l’obiettivo iniziale che mi ero preposto (correre con calma e arrivare) non mi bastava più. Volevo vincere. Volevo portare a casa un risultato sopra tutte le aspettative. Pazzia pura, l’allenamento e la preparazione di soli dieci giorni non permettevano assolutamente nemmeno di pensare a una cosa del genere, eppure una vocina in testa ha cominciato a dirmi “provaci lo stesso, male che vada cosa hai da perdere?”. Improvvisamente tutto ha cominciato a girare e funzionare come quando facevo sport ad alto livello: piccoli rituali pregara, agitazione e concentrazione…la testa c’era e la voglia anche.

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Arrivato il giorno della gara, pronti-via e si parte per questa avventura di 45km. Primi chilometri corsi facili, senza fatica e con gli avversari poco interessati a fare ritmo. Al 6 km la vocina nella mia testa ha avuto la meglio e ho deciso di provarci, senza paura e senza aspettative. Ascoltando solo quello che le gambe avevano da dire mi sono lasciato andare e ho guadagnato un buon vantaggio sugli avversari, prendendo una solida prima posizione che chilometro dopo chilometro sembrava sempre più sicura. Mentre i chilometri passavano, le gambe continuavano a star bene. Poi la pioggia, un paio di ristori saltati e alcuni tratti in salita e in palude hanno cominciato a farsi sentire e dopo 20 km sono iniziati i primi crampi a cosce e polpacci. Mancavano ancora 25 km e la situazione sembrava iniziare a peggiorare ma il vantaggio costruito a inizio gara era sufficiente per tenere un ritmo più tranquillo e recuperare energie. Passati altri 5 km, la situazione migliorava leggermente e anche se uno degli avversari era riuscito ad avvicinarsi, il suo ritmo sembrava essere regolare…ma ecco un nuovo attacco di crampi. Dopo aver abbassato il ritmo ancora un po’, l’avversario russo riusciva a riprendermi e saltarmi ma per altri 5 km rimaneva lì a una trentina di secondi. Dopo essermi illuso di potercela ancora fare per qualche chilometro, tutte le mie speranze sono state immediatamente cancellate dal secco “no” che il mio corpo ha deciso di urlare in faccia alla vocina nella mia testa.

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Quindici chilometri all’arrivo e la situazione è questa: mi ritrovo in mezzo al bosco con dei crampi terribili alle gambe, la testa che gira e completamente senza energie. La parte razionale del mio cervello capisce il problema: la centralina si è spenta. Pensare di vincere una 45 km di cuore e di testa anche se il fisico non è pronto a fare tre ore di sforzo continuo al limite delle sue possibilità, è pazzia pura. Quindi come è giusto che sia il mio corpo ha deciso di fare l’unica cosa che poteva fare per insegnarmi la lezione e farmela pagare: dopo 2/3 di percorso ha staccato tutto e mi ha lasciato al buio.

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Degli ultimi 15 km ricordo ben poco. Parecchi tratti camminati e piccoli pezzi di 1 o 2 km corricchiati prima di cedere nuovamente ai crampi, alla fame e alla sete. Ma nonostante i metri sul GPS sembrassero non passare mai, il traguardo in realtà si avvicinava sempre di più e dopo quella che credo sia stata l’ora più lunga della mia vita, ecco il campanile di Mora e il traguardo. Dopo essere arrivato scopro di aver chiuso comunque in dignitosa sesta posizione, dietro persone decisamente più preparate ed esperte di me nell’affrontare una sfida di questo tipo. Il tempo finale è di tre ore e spiccioli, poco più di quanto mi ero prefissato, nonostante un finale veramente difficile. Subito dopo il traguardo però l’unica cosa a cui riesco a pensare è…niente. Le orecchie fischiano, la visione è a tunnel e l’unica cosa che riesco a fare è rimanere piegato sulle gambe per cercare di farmi passare i crampi. Per fortuna una delle volontarie dell’organizzazione viene a salvarmi e mi porta in una tenda dove ricevo cibo, bevande, massaggi e vestiti asciutti. Nonostante sappia parlare 6 lingue, l’unico modo che trovo per comunicare è un sì o un no con la testa…

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Sono passate alcune ore da tutto questo e ripensandoci a mente fredda riassumo l’esperienza così: la pazzia non ha pagato dal punto di vista puramente agonistico, ma per quello che riguarda la mia vita sportiva in generale, rifarei tutto. Tornare a provare certe emozioni e sensazioni è qualcosa di speciale ed unico. Qualcosa si è riacceso e per la prima volta in tanto tempo sono riuscito a rispondere a una domanda che tutti i corridori dovrebbero farsi: “perché corri?”. Ora posso anche darmi nuovi obiettivi. Il primo? Il prossimo anno sarò di nuovo in Svezia e questa volta in condizione per vincere. Perché questa gara è l’essenza della corsa trasposta sul percorso di resistenza più famoso al mondo, dove “si seguono le orme dei propri avi per costruire le vittorie del futuro”. Qui si può scrivere una pagina di storia e, sinceramente, vorrei lasciare anche la mia firma. Cara Ultravasan, ci vediamo il prossimo anno!

Per le foto “in azione”, ringrazio Nicoletta Nones.

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