In cima no, ma al rifugio sotto la vetta sì…

Nel 2008 nel laboratorio linguistico dell’ISIT di Trento, per la prima volta in vita mia ebbi modo di indossare un paio di cuffie e piazzarmi di fronte a un microfono con l’idea di ascoltare un discorso in una lingua e tradurlo simultaneamente in un’altra.

Davanti a noi, dietro il vetro della cabina, la professoressa d’inglese cominciò a spiegarci in termini generali in che cosa consisteva l’interpretazione simultanea. Dopo qualche sfortunato tentativo di «interpretare» ciò che sentivo in cuffia e i primi sintomi di un mal di testa terribile, decisi di togliermi le cuffie, uscire dall’aula e andare a correre per schiarirmi le idee.

Il fatto era che a me, sinceramente, l’interpretazione non garbava per niente.

Avevo cominciato i miei studi pensando che la professione «migliore» e più «utile all’umanità» fosse la traduzione e quindi mi ero messo in testa che da grande avrei fatto il traduttore. Ore e ore di lavoro su un computer con classica «abbronzatura da schermo» e possibilità di lavorare direttamente da casa gestendosi i propri orari: la descrizione della professione del traduttore sembrava essere perfetta!

Con il tempo però, cambiai idea.

I primi dubbi sorsero quando, alcuni giorni prima della traumatica esperienza in simultanea, un’altra professoressa (stavolta quella di francese) cercò di spiegarci (magistralmente) il complesso esercizio dell’interpretazione consecutiva.

Molte delle cose che disse quel giorno le capii solo mesi (se non anni) più tardi, eppure da quella lezione uscii con una convinzione nuova: per fare l’interprete bisogna pensare, ragionare e faticare parecchio.

Non basta essere una macchinetta che sente una parola e ne dice un’altra.

Non è un esercizio «scimmia sente, scimmia dice», ma è più un «scimmia sente, scimmia ascolta, scimmia ragiona, scimmia capisce, scimmia riformula, scimmia ridice, scimmia monitora quello che sta dicendo e intanto sente/ascolta quello che arriva». Naturalmente, a patto che «scimmia» sappia parlare. E sappia anche capire perfettamente la lingua di partenza.

La verità è che, visto così, il lavoro dell’interprete affascina. Magari non piace immediatamente, ma come minimo affascina. La traumatica prima esperienza di simultanea riuscì in un qualche modo a far crescere ancora di più questa ammirazione che cominciavo a provare e lentamente l’ammirazione si trasformò, diventando vera e propria passione. Ecco il motivo per cui ogni tanto mi impunto sulla differenza tra interpretazione e traduzione: profonda passione.

Tornando al 2008, dopo essermi ripreso dalla corsa per schiarirmi le idee, mi ritrovai quindi con una bizzarra idea in testa: trovare il modo per risolvere le difficoltà che avevo in interpretazione, lavorarci su, specializzarmi, fare una magistrale e, infine, superare il temuto test d’accreditamento (freelance) dell’Unione Europea. Tutte le professoresse parlavano del servizio d’interpretazione delle istituzioni europee e di questo esame, quindi doveva essere importante…giusto?

Nel giro di poche ore, formulai il mio piano e sulla carta mi sembrò subito abbastanza chiaro. Gli obiettivi c’erano. Bastava solo studiare, esercitarsi e raggiungerli.

Cabina 2

Cinque anni dopo, posso dire di essere sulla strada giusta per terminarlo.

Sono passate infatti solo poche ore da quando sono uscito dal Parlamento Europeo dove ho sostenuto e superato con successo il secondo «step» necessario per entrare a far parte delle liste di interpreti freelance delle istituzioni europee. Il test consisteva in quattro esami, due in simultanea e due in consecutiva per le lingue inglese e francese. Ora mancano solo gli esami di spagnolo e il percorso di accreditamento sarà completato.

La soddisfazione è tanta, soprattutto perché nel frattempo ho avuto modo di superare parecchie difficoltà e di raggiungere tantissimi obiettivi intermedi, conoscendo tanti amici e nemici, tanti sostenitori e critici, tanti colleghi pronti a darti una mano e tanti pronti a girarti le spalle. Un po’ come tutte le «scalate», guardare a valle e vedere tutta la strada percorsa…beh, come minimo è gratificante.

So benissimo che anche questo è solo un traguardo intermedio che non porterà a un lavoro fisso o una montagna di incarichi. So benissimo che bisognerà lavorare ancora molto prima di arrivare in cima e firmare il «diario di vetta». Ciononostante, manca meno rispetto ad alcuni anni fa e la gioia legata al raggiungimento di un obiettivo per cui ho lavorato duramente cinque anni è tanta, tanta, tanta.

Appunti cons

Questo post per molti non sarà stato né utile né interessante, ma per una volta volevo veramente scrivere qualcosa di inutile e personale. Prometto che bilancerò l’inutilità di questi paragrafi con un racconto più dettagliato dell’evento-test in sé,  dato che potrebbe aiutare chi pensa di sostenere questi esami in futuro.

Nel frattempo, chiudo qui e non contento aggiungo anche la cosa più ovvia al mondo: l’impegno, alla lunga, paga.

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